giovedì, 19 febbraio 2009,11:32

Dimentico sempre

di dare l'acqua ai sogni

di Francesca Pellegrino

 


 

nota critica: Alfredo de Palchi
prefazione: Raimondo Venturiello
copertina: Francesca a -6 mesi - di Marco Vezzoli
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venerdì, 10 ottobre 2008,23:19

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C'è un treno, quel treno,
lo stesso di sempre
noi, un cappotto e
quattro mani per calmare
sotto

Ché se parli di me
con me
poi ho il fiato a pezzi
e combinazioni indovinate
di dita alle carezze
e altrettanti oceani da venire

per starci dentro. con te. dentro
le notti di arance sbucciate
a succhiare
e l'altra metà della carne
che ti sta in volo. Sul cuore.

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giovedì, 09 ottobre 2008,16:11
E' piovuto tantissimo
e noi dovevamo saperlo
che le porte erano schiuse.
Entrava quel poco di vento
che raggelava i fiati.
E le parole.
Eppure, stanotte ti ho visto
ed eri anima e labbra vive
e amore che sfinisce carne
finendo liquido di sonno.
E pace.
Tanto che fuori - all'improvviso -
ha smesso di piovere.
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mercoledì, 01 ottobre 2008,09:26
Certo che non appanno più vetri
sto come un buco al suo chiodo
avvitata ruggine di niente
intorno al niente.
Ma rossa
che neanche il sangue.
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mercoledì, 01 ottobre 2008,09:25
Ho ragione di credere
che tu mi stia pensando
perchè non ho più
le chiavi nella borsa
e mi è caduto
il nome dalle mani.
Ma anche se ti cerco
ancora, io
non ti trovo.
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giovedì, 11 settembre 2008,11:26
Quando stamattina la mia vicina di casa mi ha detto la cifra da pagare per i lavori alla facciata del condominio, dovevo capirlo che non sarebbe stata una giornata tranquilla: settecentocinquanta euri, tanto per cominciare, e poi rate mensili di altrettanti euri, fino a natale – e visto che al natale mancano ancora quattro mesi, non è stata una notizia granché simpatica.

Allora ho pensato: per fortuna ho un lavoro (Che Culo).
Dunque ho preso la macchina, ho parcheggiato, citofonato, suonato il campanello e timbrato il badge - client n. 2, c'era scritto - e mi sono seduta alla mia solita postazione.
La stessa di ieri e di domani e dei prossimi decenni. (AriCheCulo).
E qui, mi sbagliavo, perché nel momento esatto in cui la nuvoletta dei pensieri si materializzava sulla testa, il mio "capo" mi appoggia una mano sulla spalla e mi dice :"seguimi, ti devo parlare".
Amo la sintesi, perciò vi risparmierò tutto il dettaglio delle parole e quello stranissimo modo che aveva di masturbare la penna con le dita. Vi comunico solo le sue, sentenziali, ultime cinque sillabe: sei licenziata.
Io del resto capisco ogni problema, ogni fottuto, insormontabile problema di pratiche che diminuiscono fino al nulla, e non solo.
Ma questa, signori miei, è la mia vita.
Ecco, a questo punto ho pensato "era meglio quella del condominio" – anche perché avrei potuto vivere, lavorando dodici ore al giorno per beneficenza, come ho sempre fatto, d’altronde.
In verità, ho pensato anche ad altre cose, ma la mia mamma mi ha sempre detto che non devo esagerare con le parolacce, perciò … sono semplicemente andata via.

Ero ancora sul portone del mio, a questo punto, ex-ufficio, che mi arriva un sms: "Non so più come dirtelo. Sarebbe meglio non vederci più. Non facciamo altro che distruggerci".
Ma come, distruggerci? Potevi evitare di tradirmi, per esempio, o anche provare a capire, invece di buttare questa storia nel cesso e tirare l’acqua.
Perché questa, mio caro, è anche la mia vita. (AriDajé)
Ma lui, dice, non può più andare avanti così. Lui.
In fondo io sono unica, esattamente come chiunque altra . Ergo, non sono nessuna. Nessuna.
E, credetemi, per quanto io non abbia mai avuto denaro sufficiente a non dirmi povera, era meglio la notizia sul lavoro, che almeno, per la fame, ho un certo allenamento, insomma.
Quindi, ho preso a piangere, ma proprio di brutto. Proprio non sono riuscita a trattenermi dal farlo.
E questa cosa è strana assai, visto che molti pensano che nessuno dei mie occhi secerna lacrime.
Nessuno dei due, direbbero.

Ho rinunciato a prendere la macchina e ho iniziato a camminare senza una precisa destinazione e così ho fatto per ore, senza fermarmi mai, fino a sedermi su una panchina in una piazza che neanche conoscevo.
Dieci minuti dopo, mi si è avvicinata Marta, una donna sulla sessantina famosa in città per essere la matta di questo decennio. Ogni città ha la sua. Noi abbiamo Marta.
E' rimasta accomodata sulla sua sedia a rotelle neanche molto ben messa, con uno sciarpone color ruggine che a stento le si vedevano gli occhi e ha iniziato il suo rosario di parole.
Quali fiori non le sono usciti di bocca: parolacce e bestemmie da fare arrossire persino mio padre! Ma almeno, quando le dice lui, un senso seppure incomprensibile, ce l'hanno.
E lì ho capito tutto quello che c’era da capire. Per il resto, non c'era più spazio.
Ho salutato Marta con un abbraccio, mentre ancora parlava e straparlava, e sono andata via: deve avermi preso per matta.

Non rido, certo che no. Ma, improvvisamente, ho smesso di piangere.
Improvvisamente.
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martedì, 09 settembre 2008,09:51

appassisco di silenzi
in questa stanza .bianca e
solo bianca .senza.

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giovedì, 28 agosto 2008,09:49
Siamo quello che siamo
macerie di decenza.
Alla fine
c’è soltanto un unico sole
e ogni tanto qualche pianeta
qualche piccolo stupidissimo pianeta
che ci si illumina e
s’improvvisa stella .o poeta.
Del resto
anche Hitler suonava il violino.
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martedì, 26 agosto 2008,13:57

Ho una matita
a cui devo fare la punta
l'ho consumata
a dalle e dalle di parole
ed una mano che imbroglia
il tempo coi chiaroscuri
dell'anima.
L'ho sperperata disegnando
le geometrie affannate
delle scale
che salgono e scendono e
sempre dentro la stessa
solitudine.
Ad ogni alzata
davo sempre un grigio più scuro.
Spesso.
Al momento blatera
segni senza un contorno e
se anche mi provo a scrivere
il nome
non riesco a finire le parole.
Non le so finire.
Anche se la giro tra le dita
o la piego su un lato
e faccio piano
piano.
Dovrò temperarla .appena posso.
anche se non so se ne resterà
per tenerla in mano.

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mercoledì, 23 luglio 2008,12:42
Si va per nascondersi
sotto gli architravi di cartone.
Solo un soffio di luce
entra appena dai pertusi
che sembra quasi morto.
E poi si grida e non
come gridano bambini
qui si grida sottovoce .piano.
altrimenti saltano le impalcature
sull'intorno dei sorrisi
e quello sputo di colore
incollato sulla faccia
rischia di franare fango
bianco bianco. Per terra.
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